Fiabe, miti e leggende
Scalzo, saltai su un cumulo in putrefazione di candela, olio di palma e piume e sangue di capre e polli sacrificati. Ero pronto a parlare con lo spirito Dankoli. In una radura ombreggiata del bosco davanti al feticcio di un albero carbonizzato, ornato di mascelle, ho martellato un piolo di legno nel santuario appiccicoso. Dopo aver implorato il dio ad esaudire il mio desiderio, suggellai il nostro accordo ungendo il santuario con olio di palma rosso sangue e sputando tre sorsi di gin fatto in casa.
“Se il tuo desiderio si avvera,” ha ricordato Pascal, l’addetto Voodoo, “devi tornare a sacrificare due polli a Dankoli”.
Non rivelerò ciò che ho desiderato. In ogni modo questa non è stata la mia vera motivazione per visitare il Benin, un pacifico democratico pesciolino dell’Africa occidentale, schiacciato tra Nigeria e Togo. La mia vera motivazione era Il Vicerè di Ouidah, una novella lirica di Bruce Chatwin. Scritto quasi 30 anni fa, racconta di Dom Francisco de Silva, un migrante brasiliano del XIX secolo che divenne il più noto mercante di schiavi del Benin.
La narrazione di Chatwin di sanguinari re africani, della schiavitù e ldelle ambizioni francesi e portoghesi, è affascinante. Ma ciò che mi ha veramente attratto sono stati i racconti sul Voodoo, una pratica ancora oggi seguita da oltre il 60% dei Beninesi e considerata la religione di stato.
Curiosità
In Benin si trova il più alto tasso di analfabeti, circa il 50% della popolazione, due terzi sono donne.
Le strade di Porto Novo, la capitale del Benin, non sono asfaltate, tutte le vetture sono di seconda mano e tutti i taxi sono motociclette.
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